Tutte le società,da quelle antiche a quelle moderne, hanno discusso sul significato delle parole come essere ed apparire. Da Parmenide a Platone, passando per Aristotele, Hegel ed altri filosofi e pensatori moderni, tutti volti a spiegare termini che modificano e influiscono sulla vita dell’uomo, di un gruppo, di una massa e di un popolo. Oggi, l’apparire è il modo in cui anche la politica si rapporta con il cittadino comune; si costruiscono personaggi soprattutto femminili per una società alquanto maschilista e si lavora sull’immagine “gradevole” che genera consenso ( le espressioni del volto, la posizione delle mani, il timbro di voce, le frasi ad effetto ). La politica dell’apparire deve alimentare l’ignoranza e il disinteresse alla res pubblica, un cittadino o per meglio dire un suddito da governare e manipolare a piacimento. Allora in una società dell’apparire, è necessario creare capi e leader, curarne l’immagine e renderli credibili anche con un programma da recitare in ogni occasione pubblica ( incontri, comizi, Tv, giornali e web ). Quando in questo sistema aumenta la parte degli esclusi insoddisfatti della propria condizione sociale ( precari, disoccupati, migranti, anziani, giovani e donne ), tale sistema per conservare il potere si infiltra nei movimenti per generare caos apparente e ristabilire un ordine diverso, gerarchie diverse e nuovi capi ( e leader ). Il cambiamento sembra alle porte, sembra ristabilirsi una democrazia ( apparente ) e sembra il popolo libero nelle scelte e nell’uso della parola ma, c’è una piccola differenza basilare. L’uso dell’esercizio della parola è diverso dall’uso del ragionamento che consente di sentirsi liberi da padroni passati e futuri. Ogni volta che si ricorre alla figura del leader e del “maestro” nei movimenti si teorizza quasi esclusivamente sulle scelte per il cambiamento e non di atti pratici per cambiare strada facendo. Alla fine si pensa di cambiare il mondo ma, il sistema ha cambiato solo forma infiltrandosi perché all’uomo non gli viene concesso libertà di ragionamento, rimane sempre in una condizione di inferiorità “intellettuale” e di sudditanza perché si ricorre ai “maestri di vita”. Un esempio pratico per concludere il discorso, in merito all’essere e all’apparire, la pratica degli orti condivisi e la filiera corta in agricoltura. Oggi, l’agricoltura del sud Italia soffre di una profonda crisi dovuta al consumismo e alla globalizzazione che porta allo spopolamento dei piccoli paesi interni, all’abbandono dei mestieri legati al mondo rurale, violenza selvaggia sull’ambiente e sfruttamento del suolo e del sottosuolo. In questo panorama oscuro quanti riescono a praticare l’orto condiviso e la filiera corta? Una forma di condivisione dell’orto riguarda il contadino e i consumatori stessi che decidono e lavorano insieme dalla semina sino alla raccolta ed usano anche internet per scambiarsi sementi, prodotti, consigli, vendono, organizzano raccolte in gruppo, portano i bimbi in campagna, organizzano laboratori di autoproduzione di prodotti orto-frutticoli, organizzano mercati contadini e semplici “mangiate” in gruppo. Ditemi quanti forum ( o gruppi ) sul web “teorizzano” sul Gas e sulla filiera corta e quanti forum ( o gruppi ) sul web descrivono di scelte di vita diverse anche a costo di rinunciare a delle comodità moderne come il negozio tipo ( anche se alternativo ). Ogni volta che un maestro teorizza sul cambiamento ci sarà parte di persone che si sentono intellettualmente inferiori e non capaci di mettere in pratica il cambiamento. Sarebbe auspicabile andare su di un campo “morente” , formare un gruppo, togliersi la giacca, arrotolarsi le maniche della camicia, iniziare a fare pratica sul campo, scambiarsi suggerimenti, sentirsi uniti nel lavoro e nella fatica. Ecco cosa intendo per essere il cambiamento che è ben diverso dall’apparire come cambiamento…….
Pensiero di Polarspot
dopo una giornata di lavoro condiviso con alcuni contadini di Giffoni V.P. ( Sa )



















Gianni Berengo Gardin
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